L’Unione europea non è sull’orlo di una crisi energetica immediata come quella seguita all’invasione russa dell’Ucraina. Ma il rischio, secondo il think tank Bruegel, è più sottile e potenzialmente altrettanto costoso. La quasi chiusura dello Stretto di Hormuz nel contesto della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran colpisce circa il 20% del GNL globale. Tuttavia, solo una quota limitata, circa l’8%, delle importazioni europee passa da lì. Il problema, quindi, non è tanto la disponibilità immediata di gas, quanto il prezzo.
Secondo Bruegel, la vulnerabilità europea è tutta nella dipendenza dalle importazioni. Con una competizione globale più intensa, soprattutto con l’Asia, i prezzi potrebbero salire rapidamente. Un raddoppio del prezzo del gas comporterebbe un aumento della bolletta energetica europea di circa 100 miliardi di euro in un anno.
E il margine di manovra è limitato. Dopo aver sostituito il gas russo, l’UE dipende oggi in larga parte dal GNL statunitense. Ma proprio questo flusso rischia di essere dirottato verso l’Asia, dove la domanda è più forte.
Italia più esposta
L’impatto non sarà uniforme, ma l’Italia si trova tra i Paesi più esposti allo shock dei prezzi. Il sistema elettrico italiano resta fortemente legato al gas, che continua a determinare il prezzo dell’elettricità nella grande maggioranza delle ore. Questo significa che ogni aumento del prezzo del gas si trasferisce quasi automaticamente sulle bollette.
A differenza di altri grandi Paesi europei, l’Italia ha meno margini di compensazione nel breve periodo. La produzione rinnovabile è cresciuta, ma non abbastanza da ridurre in modo strutturale il ruolo del gas nel mercato elettrico. Il confronto con la Spagna è emblematico: grazie all’espansione di eolico e solare, Madrid è riuscita a ridurre drasticamente le ore in cui il gas fissa il prezzo dell’elettricità, attenuando così l’impatto degli shock esterni. In Italia, invece, questa dipendenza resta elevata.
C’è poi una questione di approvvigionamento. Nel 2025 il Qatar rappresentava circa un terzo delle importazioni italiane di GNL. Anche se a livello europeo il peso è limitato, per Roma eventuali interruzioni o riduzioni dei flussi possono avere effetti più rilevanti, contribuendo a irrigidire ulteriormente il mercato.
Sul fronte industriale, l’aumento dei prezzi rischia di colpire in modo diretto i settori energivori, già sotto pressione negli ultimi anni. Per le famiglie, invece, il rischio è quello di una nuova stagione di bollette elevate, con effetti redistributivi significativi.
In questo contesto, l’Italia si trova di fronte a un bivio strategico. Continuare a gestire gli shock con misure emergenziali oppure accelerare su rinnovabili ed elettrificazione per ridurre strutturalmente la dipendenza dal gas. Il punto, suggerisce implicitamente Bruegel, è che la seconda opzione non è più solo climatica, ma anche economica.
Cosa non fare e cosa fare
Bruegel è netto anche sugli errori da evitare. Calmieri generalizzati dei prezzi, sussidi indiscriminati o interventi per manipolare il mercato elettrico rischiano di peggiorare la situazione, indebolendo gli incentivi a ridurre i consumi e a investire nelle rinnovabili.
Allo stesso modo, riaprire il dossier del gas russo sarebbe, secondo il think tank, un passo indietro strategico, che riporterebbe l’Europa in una posizione di dipendenza geopolitica.
La risposta, invece, deve essere duplice. Nel breve periodo, l’UE deve prepararsi all’inverno. Riempire gli stoccaggi sarà più difficile e costoso rispetto agli anni precedenti. Allo stesso tempo, servono misure per ridurre strutturalmente la domanda di gas, a partire dall’efficienza energetica e dall’elettrificazione.
Bruegel suggerisce anche una maggiore coordinazione internazionale tra grandi importatori di GNL, come Giappone e Corea del Sud, per evitare una guerra dei prezzi.
Nell’analisi proposta dal think tank più che una crisi di approvvigionamento, quella che si profila è una crisi di modello. L’Europa non rischia di restare senza gas, ma di pagarlo troppo caro, con effetti a cascata su industria, famiglie e competitività.

